-Racconto di metà estate-

Gli capitava che, a volte, le unghie si spezzassero ancora sulle corde del basso, ma ogni giorno andava un po’ meglio e i calli sui polpastrelli erano ormai pronti a tutto. Mario continuava a provare e riprovare quella semplice canzone dei Clash nell’intimità della sua camera. Suonava con le cuffie collegate al piccolo amplificatore Peavey, per non disturbare gli altri, anche se dentro di sé avrebbe voluto alzare il volume in modo che tutto il condominio sentisse le sue note. Ma presto sarebbe arrivata l’occasione per far tremare i cuori del pubblico, presto il Suanrock gli avrebbe dato l’occasione per esibirsi, lui e i suoi amici, il suo gruppo, i fottutissimi Silver Dogs. Ormai suonavano assieme da otto mesi: era ora di far sentire cosa avevano combinato in tutto quel tempo rinchiusi come topi nella loro umida sala prove.

Mario appoggiò il suo Ibanez nero sul letto, prese il coltello da boyscout che teneva nel comodino e, calcando forte la mano, con quattro righe profonde, incise una grossa M sulla vernice lucida dello strumento, tra il ponte e i potenziometri. «Che figata», pensò.

Rimise il coltello nel comodino, prese il telefono e chiamò Gianluca. Come sempre, il telefono suonò molte volte prima che l’amico rispondesse.

«Oh Gian!»
«Ehy Mario, stavo suonando.»
«Lo so cacchio, avrà squillato per mezz’ora, se non senti il telefono mettilo vicino che almeno vedi quando si illumina.»
«Ma non rompere, e poi sto provando a suonare a occhi chiusi così mi abituo a non guardare sempre il manico di questa chitarra. Ho cambiato corde, ho messo le D’addario, vanno come fulmini vecchio mio!»
«Yes! Io invece ho appena firmato il mio basso con il coltello, vedrai che capolavoro, sembra una cosa stile Sid Vicious, mi piace!»
«Tua mamma ti ucciderà, prima ti fai regalare il basso e poi lo incidi col coltello? Tu sei fuori, vabbè cazzi tuoi. Che fai?»
«Ho suonato quasi tre ore, però vorrei provare dei passaggi con voi, cacchio il Suanrock si sta avvicinando, dici che stasera possiamo fare prove?»
«Io ci sono, sento gli altri e ti mando un messaggio.»

Due ore dopo Mario e Gianluca si trovarono al solito bar, la solita birra, pagata con i pochi spiccioli in tasca.
Le solite frasi: «Paga che te li rendo»; «Ho speso tutto per le corde nuove»; «Stavolta paghi te, cazzo».
Presto arrivarono anche Stefano e Tommaso – per tutti, persino per le madri, Ste e Tom – rispettivamente batterista e cantante dei Silver Dogs. Erano tutti e quattro meravigliosamente trasandati, formavano un perfetto gruppo di amici uniti dalla musica. Non avevano mai seguito l’alpinismo, il ciclismo o il calcio come i loro coetanei del paese. A loro interessava suonare, la musica, sì la musica quella bella, quella che quando la senti hai due sole opzioni: scatenarti o immergerti dentro i fatti tuoi, mentre il rumore ti stordisce e il viaggio che ti fai è meglio di una droga. Loro volevano suonare. Punk rock prevalentemente, ma non disdegnavano il brit pop e nemmeno il rock classico. In meno di un anno si erano cimentati con canzoni dei Led Zeppelin, Green Day, Oasis, Cure, Placebo, NOFX, Kiss, Kula Shaker, David Bowie e mille altre cose, a volte solo per una sera, altre volte per mesi. Erano alla ricerca del loro sound, del loro stile. Cercavano di ispirarsi a canzoni di altri per riuscire in seguito a comporre qualcosa di proprio. Ma per questo Suanrock avrebbero proposto solo canzoni dei Clash.

«Siamo ancora convinti di fare solo Clash?» disse Gianluca dopo aver messo insieme gli euro necessari per comprare quattro lattine di birra e avviandosi verso l’uscita del bar.
«Cacchio sì, non vorrai mica cambiare adesso? Io le ho ripetute mille volte e ascolto solo Clash da settimane. Poi non li fa nessun altro!» disse Tom.
«Già e poi dai, sono piuttosto semplici, meglio fare cose facili fatte bene che viceversa» affermò Ste afferrando la sua birra in lattina.

Poco dopo, i quattro amici erano nella loro sala prove, uno scantinato nella stazione delle corriere di Predazzo. La puzza di umidità era il profumo di casa, della loro tana. Lì nessuno veniva a rompere. Solo loro avevano le chiavi di quel buco, spendevano quasi tutti i loro pochissimi soldi per pagare l’affitto, ma ne valeva la pena. Ste si mise dietro alle pelli e iniziò a regolarne la tensione, Gian e Mario iniziarono ad accordare i loro strumenti e Tom accese l’impianto e collegò il microfono. Dopo pochi minuti erano pronti.
Tutto era in quel momento.
Lì erano soli, nessuno li ascoltava, nessuno li vedeva. Eppure ogni loro gesto era diretto a una platea immaginaria, un pubblico immenso che godeva dei suoni da loro incastrati in una trama musicale splendida. Avevano davanti a loro la Wembley Arena, il Madison Square Garden, lo stadio di San Siro, folle di persone urlanti. Non importava se quella platea era solo nella loro testa.
La verità era che erano un gruppetto appena mediocre, con una lunga strada davanti prima di poter far godere le orecchie delle persone.
Ne erano consapevoli, ma la musica si fa con il cuore. Affanculo il cervello. E la loro musica, pur se mediocre, era intrisa dell’energia dei loro cuori. Questo importava, questo era rock. L’amicizia, il sudore, i calli sulle dita, il suonare sempre e a tutti i costi. Rinunciare alle domeniche al sole, alle gite in montagna, anche alle ragazze. Tutto pur di suonare. Quello che volevano lo avevano, grazie alla loro volontà, e in questo si sentivano come la band più importante del mondo.

Gian iniziò il riff di ‘London Calling’ e subito sembrò che i Clash fossero lì a Predazzo, in quell’umido garage sotterraneo. Almeno così a loro parve.

Finita la canzone ne suonarono un altro paio, ma poi i Silver Dogs preferirono fare una pausa sul divano per pianificare il concerto.

«Allora iniziamo con ‘Train in Vain’, poi ‘Tommy Gun’, poi ‘Clash City Rockers’ e via a seguire come sempre, d’accordo?» chiese Tom a tutto il gruppo prima di scolarsi la sua lattina di birra ormai tiepida.
«Ovvio. Ho parlato con Davide e sembra che suoneremo sabato alle 14. Saremo il gruppo di apertura della giornata, beh poteva andare peggio, no?» rispose Gian.
«Ci dobbiamo accontentare, siamo l’unico gruppo che non ha mai suonato al Suanrock, ed è già una fortuna che ci abbiamo dato uno spazio.» dichiarò Tom.
«Verrà giù il campanile di Ziano» disse Ste accartocciando la sua lattina nella mano e poi gettandola nel mucchio nell’angolo della sala.
«Cavolo però raga io sono teso» – disse Mario – «nessuno di noi è mai stato su un palco, non sappiamo nemmeno come sarà suonare fuori da questa saletta, e improvvisamente ci ritroveremo su quel palco enorme. E la gente che ci ascolterà sarà la prima a farlo, e magari ci saranno pure dei fan dei Clash in mezzo a loro, cazzo io me la faccio sotto!» esclamò con lo sguardo basso Mario.
«Datemi la mano» – disse a tutto il gruppo Tom – «Andrà alla grande, se sbaglieremo non importa. Divertiamoci, suoniamo, facciamo casino, facciamolo per noi. Gli altri capiranno. Ok?»
Ste, Mario e Gian misero le mani al centro, una nell’altra. Subito arrivò anche quella di Tom che si pose in cima alla pila di mani calde e sudate.
«Ok!» dissero ad alta voce tutti assieme.
«Bene allora fatemi sentire come suona ‘White Riot’! E alzate questi volumi cazzo!» disse Tom alzandosi dal divano con il microfono in mano.

Arrivò giovedì 19 luglio e cominciò il Suanrock.

I quattro Silver Dogs da giorni provavano il loro concerto tutte le sere nella loro sala prove. Ormai sapevano la scaletta a memoria, ma Gian aveva comunque attaccato, con del nastro nero, un foglio con la lista delle canzoni dietro il basso, tanto per avere una sicurezza in più. Finite di provare le canzoni previste per il concerto, i ragazzi riposero gli strumenti nelle custodie e si recarono assieme verso il Suanrock. C’erano stati ogni anno, fin da bambini, quando erano i loro genitori a portarli. Sapevano esattamente cosa li aspettava: amici, vecchi compagni di scuola, belle ragazze, bizzarri ragazzi punk venuti da chissà dove, famiglie con bambini. Il Suanrock era così, era magico, e riusciva sempre a mettere tutti d’accordo. Ma quella volta Mario, Gian, Ste e Tom sentivano nell’aria qualcosa di diverso. Questa volta sarebbero stati parte dello spettacolo. Sarebbero saliti anche loro su quel palco enorme. Lo avrebbero fatto da lì a due giorni, solo per quarantacinque minuti, ma ci sarebbero saliti. Eccome. E una volta lì, per quei tre quarti d’ora, il mondo, tutto il fottuto mondo, sarebbe stato nelle loro mani.

La serata fu divertente e passò tra l’ascolto dei vari gruppi e qualche birra con vari amici.
Il giorno successivo la tensione all’interno del gruppo iniziò ad alzarsi. Venne la sera e così anche le ultime prove disponibili prima del concerto. Ma nel gruppo non c’era amalgama: Ste non teneva il tempo mentre Tom era stonato e senza carica. Dopo le prove, quando venne l’ora di recarsi al Suanrock, la preoccupazione si leggeva prepotente sul volto dei quattro amici. Un discorso di Tom riuscì nuovamente a calmare i sentimenti del gruppo. Nonostante la tensione crescente, anche la seconda serata fu divertente, in breve tempo i quattro amici si rilassarono, si godettero la musica e dentro di loro capirono che era l’atteggiamento che contava, solo quello. La musica di David Bowie, degli Strokes, dei Morbid Angel o dei Blur era solo una questione di atteggiamento. Tutta la musica era una questione di atteggiamento. O almeno a loro così sembrava dopo qualche birra e qualche risata.

Il giorno successivo era quello del grande giorno e si trovarono a casa di Gian subito dopo pranzo. Dopo i saluti di rito e gli in bocca al lupo da parte della madre e della sorella di Gian, i quattro partirono per la battaglia. Dopo una breve pedalata erano a Ziano, nei pressi della segheria che riempiva l’aria di quel particolare profumo di legno che faceva tanto Suanrock, che faceva tanto estate. La gente era poca. Tutto sembrava diverso dalla sera prima, quando il tendone era pieno di persone che ridendo si salutavano e chiacchieravano. Ora soltanto una trentina di giovani gironzolavano per la festa mentre circa una decina di volontari sistemavano tavoli, panche e altro. Non sembrava l’accoglienza da rockstar che avevano sempre desiderato per il loro debutto nel magico mondo della musica live, ma andava benissimo anche così. I quattro amici si scattarono una foto con il logo del Suanrock alle spalle, mangiarono un panino in fretta e poi si posizionarono dietro al palco, ormai vicinissimi a dove avevano sempre voluto essere. Lì, la scala di ferro che portava al palcoscenico sembrava quella ‘Stairway to Heaven’ di cui parlavano i Led Zeppelin molti anni prima. Il tempo che mancava all’inizio del concerto passò in un baleno. Mario e Gian lo impiegarono controllando l’accordatura di basso e chitarra almeno venti volte, Ste picchiettando sul corrimano col le bacchette della batteria, e Tom canticchiando con i testi delle canzoni davanti a sé. Alle 14.10 arrivò il segnale, tutto era pronto: l’ultima giornata del Suanrock 2018 poteva iniziare, sul palco, i Silver Dogs!

Fu come suonare per un pubblico fatto della stessa sostanza dei sogni. Ogni tanto Tom prendeva coraggio e, tra una canzone e l’altra, diceva qualche frase al pubblico: «Benvenuti al Suanrock! – È un onore essere qui – Facciamo casino Ziano!» e cose del genere. Erano gli unici momenti in cui guardava oltre al microfono e vedeva le persone nella platea, che erano poche in verità, ma a lui sembravano milioni.
Il concerto scivolò via così, senza grossi errori, senza intoppi. I quattro, superato l’iniziale terrore, trovarono anche il tempo di guardarsi, di sorridere, di pensare che sì, ne era valsa la pena. Cazzo eccome.
Centinaia di prove e di tentativi, di ascolti e di speranze trovarono finalmente il loro sfogo. Dalle dita, dal sudore e dalle corde vocali di quei quattro ragazzi scaturirono musica, amore, odio, senso di inadeguatezza, rabbia giovanile, gioia ed energia. Tutte queste sensazioni si allinearono con potenza in note musicali ricche di speranza che volarono alte e superbe nel cielo della Val di Fiemme. Al termine delle canzoni, i brevi e timidi applausi echeggiavano come terremoti d’entusiasmo nei quattro cuori infiammati dei cani d’argento.

Venne l’ultima canzone, quella ‘Rock the Casbah’ a cui i ragazzi avevano affidato l’onere di concludere quel rito di iniziazione.
Pochi minuti dopo era tutto finito. La musica tornò ad essere quella di sottofondo, quella un po’ insipida e convenzionale che si sente ai concerti quando non suona nessuno. I tecnici si precipitarono sul palco e un secondo dopo stavano già preparando cavi e amplificatori per il gruppo successivo, facendo intendere, senza doverlo dire, che i quattro musicisti dovevano levarsi da lì piuttosto in fretta.
Fu come il brusco risveglio da un bel sogno.

Poco dopo i quattro amici scendevano orgogliosi quelle stesse scalette metalliche che circa un’ora prima avevano salito con timore.
In quei pochi passi in discesa sentirono che in loro qualcosa era cambiato, come se uno scalino di maturazione, nel loro percorso di crescita musicale e umana, fosse stato salito. Ora sapevano cos’era la musica live, cos’era un applauso diretto soltanto a loro e alla loro musica. Ora sapevano cosa voleva dire proporre qualcosa ad un pubblico. E sapevano cosa voleva dire superare un timore, esporsi, offrire sperando di ricevere.

Prima di fiondarsi verso il banco del bar, si abbracciarono e si guardarono nei volti. Poi si soffermarono per una lunga serie di considerazioni, come si fa all’uscita da un esame. Valutarono gli errori, le imperfezioni, le mani sudate, il suono che non era uguale a quello della sala prove, e persino la chitarra, che proprio quel giorno, sembrava diversa. Ma in ogni caso era stato un successo e si sentivano felici, soddisfatti e rinvigoriti.

Passarono il pomeriggio tra amici, ascoltando i vari gruppi che si susseguirono uno dopo l’altro su quel grande palco. Dopo la loro esperienza la musica sembrava diversa, ogni nota sembrava suggerire loro nuovi significati, maggior immedesimazione. I complimenti, che ogni tanto arrivavano dalle persone presenti alla festa, sembravano indelebili recensioni di autorevoli critici musicali. La gente continuò ad aumentare per tutto il pomeriggio. Alla sera il Suanrock prese le forme di quella grande celebrazione che tutti conoscevano: musica, birra, tantissimi amici, risate e ancora tanta musica. Mario, Gian, Ste e Tom – verso le 23 – si ritrovarono proprio davanti a quel palco che li aveva ormai consacrati a promettenti star della musica locale. Sapevano cosa stava per accadere nel cielo di Ziano, era un momento che si erano ripromessi di passare assieme, solo loro, i quattro amici, i quattro Silver Dogs. Misero ognuno il braccio sulla spalla dell’amico al proprio fianco e rivolsero i loro sguardi verso l’alto, senza dire nulla. I fuochi d’artificio cominciarono a illuminare i loro volti, nell’unico momento senza musica dei tre giorni di Suanrock. In quei lunghi minuti si sentirono felici, rilassati, come se nuove speranze potessero finalmente prendere il posto di quelle che li avevano portati fino a lì.

Finito lo spettacolo pirotecnico un grande applauso mise fine a quel momento solenne. Il Suanrock stava per ritornare ad essere quella chiassosa festa che tutti amavano, anche se solo per altre due ore. Poi se ne sarebbe riparlato l’anno successivo.

Si sentì un accordo distorto provenire dal palco. Tutta la gente urlò. Era il momento degli Atrio, era il momento di scatenarsi sotto il palco!