-Il mio Kilimanjaro-

Siamo a circa 3000 metri. È il 3 ottobre 2015, abbiamo sistemato il campo base tra gli ultimi alberi della foresta pluviale e l’inizio della brughiera. O meglio hanno sistemato. I portatori. Questi incredibili uomini che con un peso di 20 kg a testa risalgono velocemente il Kilimanjaro, su e giù, innumerevoli volte l’anno. Noi invece viaggiamo tutto sommato leggeri, il peso maggiore è dato dall’acqua, i 3 litri giornalieri che ci dobbiamo portare per sopportare meglio la fatica e i disagi dell’alta quota. La salita non è stata dura: un lungo avvicinamento tra la bellissima foresta pluviale. Non fa freddissimo, ma un buon abbigliamento è già richiesto a questa altitudine, c’è umidità, specie la notte. Credo che più in alto troveremo un freddo pungente, spero di essere attrezzato a dovere. Già ora sto usando abbigliamento termico che pensavo riservato a quote maggiori, vedremo.
Ho calcolato che ogni scalatore ha circa 7 persone che gli permettono la salita, tra guide, cuochi e portatori. Siamo una spedizione di circa 30 persone in totale, divise in varie squadre. Il campo è quindi animato da circa 200 persone e si presenta come una grande distesa di tende colorate situata tra gli alberi. Da una parte il sentiero di arrivo e dall’altra il sentiero di partenza. Aggirandosi per le tende si sentono parlare lingue di tutto il mondo, c’è un piccolo gruppo di francesi, dei norvegesi, americani, austriaci, parecchi asiatici (credo koreani), tedeschi. La lingua prevalente è il bellissimo swahili. Di italiani, a parte noi, nemmeno l’ombra.

Domani saliremo fino a 3800 metri per un ripido sentiero, staremo circa quattro ore a quella quota per poi salire a 4000 e ridiscendere a 3800. È un buon metodo per acclimatarsi all’altitudine. Guardo negli occhi gli altri salitori e vedo gioia, ma spesso vedo anche preoccupazione e mi pare la stessa preoccupazione che ho io. Come reagirò all’altitudine? Ce la farò ad arrivare in vetta? Ma più semplicemente, la domanda che credo molti si pongano è come passerò la notte? Infatti la notte sta arrivando, abbiamo cenato alle 18.00 e ora è già buio, inizia a far freddo e già molti son chiusi dentro le proprie tende. Ma nessuno di noi è così stanco da dover già dormire. Pochi hanno libri, per evitarne il peso, e perché la luce è preziosa. Ora anch’io sono nella mia tenda. Sento il mio compagno, Simone, nella tenda a fianco che prega, sento altri chiacchierare. A volte piove per qualche minuto, poi smette. La notte è lunga ma tutto sommato riesco a dormire.

Ecco, è mattina e ricomincia l’avventura.
Dopo colazione partiamo, il passo è lentissimo. L’unico modo per cercare di evitare il mal di montagna è camminare piano, pianissimo. Il corpo ha bisogno di tempo per adeguarsi all’altitudine e per questo si va piano. Le due nostre guide, Frank ed Emilian, continuano a dircelo: «Pole pole, Hakuna matata» (piano piano, nessun problema). Un’altra cosa che ci ripetono in continuazione, oltre a ricordarci di bere tanta acqua, è «No race in the mountain». Durante la salita, quando vengo sorpassato da gruppi velocissimi, mi chiedo se arriveranno in vetta. Mica che sia sicuro che io arriverò. Salire a quasi 6000 metri è una scoperta del proprio fisico e della propria determinazione. Ma la tenacia potrebbe non bastare: il mal di montagna colpisce senza guardare in faccia nessuno, a volte perfino le guide, dopo centinaia di salite alla vetta, devono rinunciare. Per questo, credo, abbiamo due guide, anziché una soltanto.

Frank mi ha raccontato che sale sul Kilimanjaro circa due volte al mese. Per diventare guida è stato prima portatore, poi ha seguito un corso di un anno e un periodo di prova sulla montagna.
Col nostro cammino lento ma continuo, stiamo entrando nella brughiera. Il paesaggio si fa più tipicamente montano, ma è ancora arricchito dalla ricca vegetazione africana, i fiori sono pochi ma bellissimi. Le rocce si fanno scure, tipicamente vulcaniche, e c’è qualche traccia di ossidiana. La fauna è quasi assente, almeno per quanto possiamo percepire noi transitando sul sentiero, ma anch’io, se fossi un animale, con tutto questo spazio, me ne starei ben lontano dai sentieri. Colpisce però anche la quasi assenza di insetti, solo qualche formica si vede brulicare qua e là. Purtroppo la giornata si presenta nebbiosa e con cielo coperto, ottimo per camminare, ma non altrettanto buono per i panorami. Poco male, avremo modo di ammirare la montagna nella sua bellezza, e comunque questa mattina abbiamo potuto vedere qualche scorcio a lunga distanza.

Arriviamo a 3800 metri, al nostro nuovo campo base, le tende sono state già preparate. Mi sento un po’ in colpa. Mi sento un banale turista che paga e viene portato a manina in cima alla montagna. Non faccio nemmeno fatica, perché l’andatura è talmente lenta da non essere faticosa. C’è nebbia tutto intorno e il tempo peggiora. Ora piove, ma il freddo è sopportabile. Sento il verso di un uccello che non riesco a identificare. Il campo di oggi si presenta più spazioso di quello di ieri e la distesa di tende è meno concentrata. Purtroppo il tempo avverso non facilita i rapporti sociali: tutti sono portati a rinchiudersi nelle tende, aspettando la fine della pioggia. È quasi l’una del pomeriggio, Serjli, il cuoco, oggi ha preparato una minestra di kiukamba, una verdura davvero ottima che non avevo mai mangiato, e una splendida pasta al pomodoro e verdure, omaggio a noi italiani. Poi riposeremo. Più tardi faremo la nostra salita e discesa di 200 metri per facilitare l’acclimatamento all’altitudine. Se con tutti questi accorgimenti non arriveremo in vetta sarà per me una sconfitta morale non da poco. Al momento sia Simone che io stiamo bene, l’arrossamento degli occhi o il dormire poco sono dettagli che non ci preoccupano. La salita continua.

È sera, piove. Abbiamo fatto una breve esplorazione di acclimatamento nei dintorni dell’accampamento, fino a Shira Cave, 4000 metri. Le guide dicono che stanotte farà molto freddo quindi preparerò il sacco da bivacco attorno al mio sacco a pelo. La nebbia avvolge tutto il paesaggio circostante e sembra una situazione irreale. Il tempo non passa, ma siamo tranquillamente seduti nella tenda che usiamo per mangiare, da qui si sentono i portatori continuamente parlare in dolce swahili, ridono spesso, sono simpatici. Emilian prima, durante la passeggiata, mi ha chiesto come funziona il lavoro di guida in Italia. Gli ho detto che andare in montagna in Italia è completamente diverso che qui, sul Kilimanjaro. In Italia difficilmente si fanno attraversate lunghe settimane e, nel caso, non ci sono portatori: ognuno porta le cose che gli servono e solitamente si fa base nei rifugi. Sicuramente non esistono in Italia montagne talmente alte da richiedere una settimana per l’ascesa. Mi ha poi chiesto come sono le donne in Italia, e ha riso di gusto quando gli ho risposto, scherzando, che sono costose. Domani sarà una giornata piuttosto dura, saliremo dai 3800 metri attuali fino a 4600 per poi ridiscendere fino a 3950 metri, dove dormiremo. Gli occhi ora mi fanno male, ma non capisco se è l’altitudine, il freddo, la polvere o il vento. Forse è solo un caso, e spero che dopo la dormita di questa notte possa andare meglio. A cena mangiamo zuppa di carote e zenzero.

La notte è stata freddissima, e quasi insonne. Ci siamo risvegliati in un bianco scenario africano, tutto ricoperto da una sottile brina luccicante. Ma il cielo è finalmente sereno. Sono le 6, il sole è ancora dietro al Kilimanjaro, a breve mi offrirà la possibilità di scattare una foto bellissima. Il campo inizia ad animarsi, io preparo le mie cose e appoggio spazzolino da denti e dentifricio sopra una roccia, vicino alla tenda. Dopo colazione il dentifricio non c’è più. Lo cerco e lo ritrovo una decina di metri più in là. Un uccello lo ha preso, lo ha addentato per assaggiarlo ma evidentemente non gli piaceva e lo ha lasciato lì. Emilian mi consiglia di non usarlo più perché se l’uccello avesse qualche malattia la passerebbe a me. Ora sono senza dentifricio, ma ho un aneddoto in più da raccontare: c’è sempre qualcosa di buono!

Siamo saliti fino ai 4600 metri della bellissima Lava Tower – un imponente colosso di pietra lavica nera – per poi scendere a quota 3950 dove i portatori hanno montato l’accampamento. Sono incredibili, viaggiano al doppio della nostra velocità, portando più del doppio del peso e appena arrivano al campo montano le tende e tutto il necessario, sono veloci ed efficienti, anche se mi sento un ricco sfruttatore, devo ammettere che salire questa montagna, con tutti i cambiamenti di clima, di altitudine e di habitat che presenta, senza il loro aiuto sarebbe un’impresa degna di nota. Non impossibile, anzi, ma comunque di un certo livello.

Il campo oggi è molto esteso perché utilizzato anche da persone provenienti dal percorso Machame e dal percorso Lemosho. Siamo quindi in un crocevia fondamentale della montagna. Il sentiero di domani si presenta ripido e scosceso, lo chiamano Barranco Wall, credo che il nome derivi dal sottostante Barranco river. Il tempo oggi è stato clemente, ma ora siamo circondati da nuvole. Il cielo cambia continuamente, spero solo di poter vedere anche stasera l’incredibile spettacolo di stelle che ho visto i giorni scorsi.

Questa sera il Kilimanjaro ci ha regalato un tramonto straordinario dipingendosi di rosso, forse imitando le Dolomiti! Sull’altro versante, verso il monte Meru, c’era un mare di nuvole posizionate qualche centinaio di metri più in basso. Era bellissimo. Le persone sembravano incantate, e io con loro. Mi chiedo quante volte ho visto spettacoli simili fra le montagne di casa mia, le Dolomiti, ma qui è diverso. Questo pianeta è veramente un capolavoro. Il cielo è ora meravigliosamente stellato e si distingue molto bene la via lattea.
Un topo si è infilato sotto la mia tenda e ho dovuto aspettare che se ne andasse per entrare, altrimenti rischiavo di schiacciarlo. Questo monte così immenso crea un universo dentro e sopra a sé, le nostre montagne italiane sono bellissime, ma il Kilimanjaro può vantare una vastità davvero unica e disorientante.

Parlando con una guida scopro che i portatori guadagnano dieci dollari al giorno. I cuochi e gli aiuto guide quindici. Le guide, venti dollari al giorno. Ciò quando la paga media di un lavoratore in Tanzania si aggira attorno ai centocinquanta dollari al mese.

Gli ultimi giorni sono duri ma siamo in forma. Di comune intesa, Simone e io, decidiamo di saltare un accampamento e di procedere un giorno prima all’attacco della vetta. Il gruppo di portatori, dopo lunghe discussioni si rivela d’accordo. Diamo una mano, carichiamo tutto e ripartiamo, oggi tappa doppia. La decisione è stata presa anche perché il tempo pare volgere al brutto e forse, anticipando, riusciremo a lasciarci le nuvole alle spalle. Dopo un altro accampamento in quota, siamo finalmente vicino alla cima. Oggi cammineremo fino a oltre 5000 metri d’altitudine, arriveremo all’ultimo campo base, dormiremo qualche ora e ripartiremo verso la vetta a mezzanotte. È una procedura standard perché, facendo così, si hanno maggiori probabilità di trovare bel tempo. Ma la situazione è alquanto problematica: venti fortissimi soffiano in ogni direzione, il fischio dell’aria sul monte è pauroso, la temperatura tocca i -15°.
Vien buio.
Mangiamo qualcosa e le guide ci informano che quando partiremo saremo in quattro: io, Simone e le due guide. Il resto del gruppo ci aspetterà lì per poi affrontare la discesa. Ci sono molti portatori che hanno salito decine e decine di volte il Kilimanjaro senza mai arrivare in vetta, ironico no?

Mi ritiro qualche ora nella mia tenda ma è impossibile riposare. A dir la verità sono teso. Il vento è talmente forte che ho paura che la tenda si stacchi da un momento all’altro facendomi volare giù per il precipizio come un aquilone bagnato. Dal cielo non cade pioggia, ma non è nemmeno neve. È come se piovesse una sorta di cristalli bianchi di ghiaccio, lunghi e sottili, taglienti. Fa freddo. Sono molto vestito, avvolto dal sacco a pelo e dal sacco da bivacco. Ma è freddo. Sento che la temperatura si abbassa gradualmente. Resto lì per qualche ora, senza dormire. A volte controllo fuori per vedere se c’è agitazione, se le guide dormono o se sono preoccupate per questo vento pazzesco. Ma non vedo quasi nulla tranne il finimondo che scuote la mia tenda. Il baccano della natura è talmente forte che se ora urlassi nessuno mi sentirebbe. Vien presto tempo di ripartire.
Un panino e via.

È buio, fa freddissimo, il vento è terribile, la visibilità è azzerata e le guide subito si perdono: la partenza non è delle migliori. Risulta impossibile vedere le luci di chi ci precede. Per fortuna dopo quindici minuti di cammino in circolo troviamo una specie di sentiero, le guide sembrano riconoscerlo e partiamo quindi per la vetta.

La salita è lunga, il vento e il freddo si fanno pungenti. Sulla vetta si toccheranno i -21° e l’andatura lentissima non ci permetterà mai di riscaldarci. Sul cammino troviamo un’italiana che sembra completamente impazzita. È il mal di montagna. Urla, si arrabbia, si agita. Le guide tentano di calmarla ma lei è inferocita. Urla scomposta che è assurdo salire, che in vetta non c’è nulla, che non c’è nemmeno un bar. Le guide non capiscono, vorrei andar lì per aiutarli nella traduzione, ma non c’è tempo. Dopo un po’ guardo indietro e vedo altre guide che accompagnano la signora verso la discesa. «A volte passa subito, altre volte no» mi dice un ragazzo di colore impegnato nella salita. La salita al Kibo è come una lunga preparazione al giorno in cui si attaccherà la vetta. Per quel giorno bisogna essere preparati, determinati e grintosi. Tutti i giorni precedenti sono niente in confronto. Molti non lo capiscono e proprio l’ultimo giorno, di fronte alle vere difficoltà, gettano la spugna.

Arriviamo in vetta qualche ora più tardi, sembriamo dei felici ghiaccioli con le gambe. Purtroppo le nebbie ci impediscono grandi visuali. Ma è una grande soddisfazione ugualmente. La montagna più alta d’Africa ci ha concesso le sue grazie. Qualche foto, qualche stretta di mano e poi giù. La discesa avviene in un giorno e mezzo. Faccio il percorso quasi di corsa: sono stufo di andare piano, voglio finalmente correre. Il mal di montagna in discesa non si manifesta. Ridiscendere correndo è una liberazione gioiosa e soddisfacente, quasi come giungere in vetta. Il giorno successivo è tutto finito, salutiamo le guide, i portatori, il cuoco. Gli altri escursionisti. Gente speciale con cui abbiamo condiviso un momento meraviglioso e che probabilmente non vedremo mai più. È sempre così in questi casi. È la montagna. È la vita.

Ma nuove avventure ci aspettano in Tanzania, tra laghi prosciugati, popoli che vivono come nella preistoria e safari tra iene, giraffe e mille altri animali. Il viaggio è lungo: pole pole, hakuna matata.