-Racconto di comprensione e d’amore-

Un pastore, un giorno che sembrava uguale a tutti gli altri, trovò un fiore bellissimo, diverso da tutti gli altri.

Ne tenne i suoi petali in mano, godendo della loro infinita bellezza. Il fiore era felice di trovarsi fra le mani del pastore, ma qualcosa lo richiamava in un altro luogo: «Per amare, a volte bisogna lasciar andare» si disse il pastore.

Con grande fatica, l’uomo aprì la mano e soffiò i petali in aria lasciandoli andare nel vento.

Per giorni e giorni il pastore aspettò, sperando con tutto il cuore che il vento riportasse i petali a lui; e più guardava all’orizzonte cercando di intravederli, più ne assaporava il profumo. E più il suo cuore urlava la mancanza del suo amore, e più la sua anima si riempiva del ricordo della bellezza di quel fiore meraviglioso e profumato.

I giorni passavano e ogni mattina il pastore si svegliava con la speranza di trovare il fiore sulla soglia della porta. Ma più passavano i giorni e più la speranza e la nostalgia si trasformavano in paura. Paura che quei petali non tornassero; paura che, se un giorno fossero tornati, non fossero più stati ricolmi dei loro bellissimi colori. Il pastore ebbe anche paura che, con il tempo, l’amore si trasformasse in rabbia. Ma presto comprese che per cancellare quegli splendidi colori, il tempo, da solo, non sarebbe bastato. Solo la mancanza di libertà e la mancanza d’amore avrebbero potuto sminuire tale bellezza.

Decise di assaporare la libertà anch’egli: sostituita la paura con rinnovata speranza e pieno d’amore per ogni cosa, il pastore partì.

Durante il viaggio egli vide, imparò, crebbe.

Attraversò paesi e confini e, raggiunta una grande città, comprese come, in fondo, tutti siamo il riassunto delle nostre esperienze. Che nei nostri occhi si concentra in ogni momento il meglio delle cose che abbiamo visto e che nei nostri cuori si nascondono i desideri che abbiamo maturato nel cammino.

Il pastore ora anelava a parlare di queste cose al suo fiore.

Prese qualche filo d’erba, lo soffiò in aria, e guardò il cielo.
Pensò a quando, qualche tempo prima, aveva fatto la stessa cosa con i bellissimi petali che ora riempivano gli spazi più belli del suo animo.
Capì che durante la vita aveva visto tanti viaggi cominciare e altrettanti terminare, senza rendersene nemmeno conto.

Iniziò a scrivere quello che aveva capito durante il viaggio in un grande quaderno. Per giorni scrisse e scrisse, riportando le sue sensazioni: quello che aveva capito e quello che non serviva capire.

Raggiunta la penultima pagina bianca del quaderno, appoggiò la penna e non scrisse più nulla. Non serviva più né carta, né penna: a dover essere scritta, ora, era una nuova pagina del suo cuore.

Guardò il cielo ancora una volta, ma non aveva più né petali né fili d’erba tra le dita. Chiuse quindi gli occhi e affidò un bacio al vento.
Il vento avrebbe saputo dove portarlo.

L’uomo poi salì su un carro per affrontare un lungo tratto di strada.

Durante il tragitto lesse quanto aveva scritto e pensò che una storia deve avere la forma dell’arcobaleno per essere completa, e che come un arcobaleno deve essere stratificata, con tanti colori, per essere bella. È in quei sette colori, nei sette colori dell’iride, che si nasconde il significato di ogni storia e il motivo per cui vale la fatica raccontarla.

Scrisse allora, sulle due pagine rimaste libere, ricercando le giuste parole per descrivere il significato del suo viaggio. E scrisse questo:
«Cos’è davvero importante? È superare la paura di aprirsi veramente, è tentare di comprendere i segnali oltre la loro apparenza, è comprendere il potere dell’amicizia.
Dove si trova ciò che conta? È nel gesto positivo senza scopo, nell’umiltà e nella rinuncia. È allontanandosi dal lamento che si va verso ciò che conta, è nel capire la ricchezza anche nella sua assenza che si nasconde quello che conta. Ed è nell’amore, nell’amore senza riserve, tutto ciò che conta.»

Appoggiò la penna. Si guardò attorno e vide che il confine di quel paese era ormai vicino.
L’uomo, che non si sentiva più pastore ma soltanto uomo, guardava il paesaggio cambiare mentre il carro procedeva lentamente sulla strada. Percepiva ora le vibrazioni positive di quei luoghi. Capì che tutto emana vitalità e che, a volte, semplicemente, queste energie vanno d’accordo l’una con l’altra e volteggiano insieme, rincorrendosi e creando ulteriori forze positive.

Aprì a metà un frutto e dentro ci vide tutta l’energia dell’universo, ma non si sorprese: aveva solo imparato a vedere.

Immaginò l’energia generata dalla sua essenza volteggiare in aria assieme a quella del suo fiore: le vedeva rincorrersi, come due albatros sul mare, creando vortici colorati, anch’essi dei colori dell’iride. Gli pareva di vedere i due albatros ora inseguirsi, ora ignorarsi, ora volteggiare insieme come una cosa unica, ora separarsi per un attimo in attesa del prossimo contatto, nell’infinito e meraviglioso volo dell’amore. In questa visione sentì l’aria mossa dalle ali delle due anime innamorate, e capì in quel momento l’origine del vento. Il vento, a cui qualche tempo prima aveva affidato i petali del suo amore, a cui in seguito aveva affidato una manciata di fili d’erba e a cui poi aveva affidato i suoi baci. Tutto era collegato, tutto aveva un significato, e questo significato, nell’immaginazione dell’uomo, aveva la forma arcuata dell’arcobaleno.

Oltre a questo, la mente di quell’uomo semplice, in viaggio verso casa, non riusciva a scrutare. Ma aveva compreso ben più di quello che sperava di comprendere ed era attraversato da una gioia sconfinata.
«Quello che ancora non ho compreso», si disse, «qualcun altro lo capirà e, se avrò fortuna, mi sarà spiegato. Il resto, quello che nessuno mai capirà, e che dal mistero trae la sua forza, si cela lì, tra gli invisibili colori dell’universo, e nel vento».

Alfredo Paluselli, aprile 2015.